“E così, sorridere a quello che non sai comprendere”

Una presenza costante.

A quanto pare deve essere così.

Non capisco, non voglio nemmeno capire. Mi basta sapere di sentire qualcosa, bella o brutta che sia.

Posso solo accettare questi sentimenti, sorridere alle cose invece che farci la guerra, senza capirle.

Non è sempre necessario capire tutto.

Sono viva, sto vivendo e non sto più sopravvivendo e va bene.

Gli alti e bassi, le persone sbagliate che tu vedi come troppo giuste e da amare ne fanno parte.

Sarebbe troppo bello sapere cosa succederò, dove sarò tra un anno, ci sarai tra una settimana?

Sarebbe troppo bello e anche troppo noioso.

Una vita scoperta non è più da scoprire, da amare.

Ci sarai oppure no, è una tua scelta, ma io ti amo e amo vivere.

E sempre amerò.

Per cui lo accetto, per quanto difficile è e sempre sarà.

 

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Cicatrici.

Sento freddo, ho gli occhi gonfi.

Tutto intorno a me trema ed è sfuocato, chissà che accidenti c’era in quelle gocce.

A casa sanno il mio passato, non c’è nulla che non sia omeopatico in giro, fiori di bach, nevro-non-so-cosa.

Dice di prenderne 50 per quattro volte al giorno e di non superare la dose, ma non le ho contate, non lo so quante sono. So che sapevano di alcol ed erano amare.

Ma spero che almeno riescano a calmarmi o almeno fungere da effetto placebo, che per quel che mi riguarda andrebbe benissimo.

Sono in quel posto nero, di nuovo.

Vedo sangue, tanto sangue, mi sento meglio quando lo vedo per quanto faccia male sapere cosa io stia facendo. Nel mio immaginario i tagli sono così veri e il sangue è tanto e io sono lì ferma, inerte, finalmente in pace.

Ho sbagliato a non partire.

Ma io non sono malata, non voglio esserlo. Non lo sono più.

Quel periodo è passato. O forse hanno ragione loro e lei è ancora qui.

La depressione, quella mia vecchia amica che ha distrutto anni della mia vita, che è arrivata con loro, con l’anoressia e la bulimia, che ancora non vogliono proprio lasciarmi.

Nonostante io sia in leggero (enorme) sovrappeso, loro ci sono ancora.

E a quanto pare anche lei.

E mi sta tenendo ferma, legata al letto, legata a casa.

Lei mi ci ha riportato, mi ha ingannato.

Mi ha detto che qui sarebbe stato tutto più facile, perché sai l’affitto non è da pagare per cui puoi avere anche tutti i giorni neri se vuoi.

E mia mamma l’aiuta, dicendomi che se me ne vado di nuovo non ce la farò mai.

Se non mi laureo non avrò una carriera.

Ahimè loro stanno vincendo.

Io sono quella che se la prende con il suo corpo, di nuovo, per non riuscire a reagire.

A 21 anni non lo posso accettare, a 21 anni no.

Avevo promesso che a 18 me ne sarei andata da casa per non soffrire più e un anno dopo ce l’ho fatta, ma ecco che allo scoccare dei 21 la vocina ha vinto e io sono tornata qua, alla casa, alla sofferenza.

Io non ce la faccio.

Io non ce la faccio

La sento crescere dentro e ho paura.

Ho bisogno di parlare con qualcuno e purtroppo non posso.

Come non posso fuggire.

Voglio solo essere minuscola di nuovo… leggera e sottile.

Stare male per il mio corpo, per la brama di voler essere sempre più spigolosa e non per altro.

Voglio tornare quella persona gelida e vuota, ignorando il mondo esterno perché me ne importa sempre troppo.

Come la danza del pinguino.

 

“Destra, Destra;
Sinistra, Sinistra;
Avanti, Indietro;
Avanti Avanti Avanti!”

Chi non la conosce?! La danza del pinguino! Mi ricordo di come la canticchiavo per il corridoio della scuola primaria, facendo falcate chilometriche per una bambina di dieci anni quando la canzoncina diceva “indietro” pur di non arrivare in classe.

Da lì avrei dovuto capire il mio atteggiamento nella vita. Questa tendenza a proseguire e a retrocedere, facendo piccoli passi in avanti e chilometrici indietro.

Sono arrivata a stare bene, a bilanciarmi, fino a quando domenica ho deciso che era arrivato il momento del fatidico “indietro”,

Ho tentato di avere la smentita o conferma dei miei sogni, del mio immaginario, delle mie illusioni e speranze.

Speravo di non essere stato solo un oggetto da buttare di nuovo, da ignorare in sospeso per altri due anni.

E ho fatto quel passo indietro, consapevole del rischio, ma non curante delle possibili conseguenze del gesto.

E fa male sbattere quando non ce lo si aspetta.

Questa volta mi ha distrutto, ma era quello che volevo in effetti.

Sono stanca di vivere in questa mia nebulosa che viene ogni tanto alimentata e ogni tanto lasciata lì, mangiata fino all’osso e pure quello se possibile.

Mi ha distrutto diversamente dal solito, ferita nell’orgoglio e in quel piccolo barlume di autostima che stava comparendo.

Mi sono spogliata di fronte a te e ho giocato a carte aperte, e tu hai semplicemente girato i tacchi e te ne sei andato fingendo di non vedermi.

Sto perdendo tutto, me stessa e la mia grinta.

La creatività, la grinta e la rabbia, è tutto uguale, tanto io volevo solo che tu mi vedessi per una volta.

Ma non lo fai.

Ne prendo atto, faccio il pinguino, raccolgo le carte e torno indietro.

Me ne vergogno però, ma so che questa sarà l’ultima volta che ti cercherò.

Non so tuttora cosa ti passi per la testa e non so nemmeno cosa passi per la mia.

Mi vergogno tremendamente e non posso dirlo nemmeno.

Io ho fatto peggio di te, pure nel ritornare.

Non mi sono perdonata ancora, avevo bisogno che lo facessi tu, almeno volevo scaricare questa responsabilità su di te.

Ma poi il pinguino va Avanti, Avanti, AVANTI.

E capisco che le cose si fanno in due, non è colpa mia. Lo volevamo, lo volevo e lo volevi.

Ci siamo cercati e avevo tutto il diritto di riapparire come lo avevi tu.

Per cui non trovo lo spazio per la vergogna, o almeno non credo ce ne debba essere.

Ho scelto di ricercarti e tu di andartene e di ignorarmi.

E va bene, benissimo.

Fa male, come prevedibile, ma passerà anche questa volta.

Non è la prima volta che mi ferisci non volendolo, che ti ferisco non volendolo.

E come ci siamo ripresi in passato ci riprenderemo ancora.

So che tu ti sei già ripreso.

 

Invasa

Te ne vai,questa volta ce la stai facendo!

Sono sorpresa, lo stai facendo finalmente.

Strano.. lo è per me almeno.

Ma cosa cambia, la casualità è stata un mese fa.?

Vorrei rivederti ancora prima di novembre, ma so che non accadrà.

Non posso.

Oggi un ricordo troppo nitido ha invaso la mia mente, dopo due anni non accenna a sbiadirsi.

In questo momento vorrei solo avere la forza di cercarti per avere qualche ora senza problemi, anche se poi si sa che la mia testa e il mio cuore sarebbero distrutti per i seguenti sei mesi.

Sono contenta come sempre lo sono stata quando realizzi un tuo sogno, ma non posso dirtelo ora. Ovviamente.

Vorrei tanto che smettessi di abitare la mia testa, vorrei poterti lasciare andare del tutto, ma come ti ho detto nessuno è e sarà mai come te.

Mi mancano un sacco di cose, ma di più di tutte è il poter parlare con una persona che cerca di rivoltare sempre tutto in modo positivo molto spesso minimizzando e fregandosene cosa che io non riesco a fare.

Avrei voluto dirti un sacco di cose un mese da, ma non ci sono riuscita. E so che è altamente improbabile che mai ci riesca, ma per quanto infondate e stupide sono reali.

Ma poi vanno ad affivolirsi, con gli anni ho imparato a gestirle e a nasconderle o semplicemente ad ignorarla per vivere la mia vita.

So che non ti farai vivo per quanto io ci speri e per quanto spero che tu non lo faccia.

Avrei bisogno di questo in questo momento, avrei bisogno di te.

 

 

 

 

Dall’urlare agli sbagli all’autoflagellazione, ad una ripresa che deve essere tempestiva.

Wow!

Più che un titolo è un poema confuso, lungo, ma molto confuso e complicato.

Ebbene, mi sento di aver sbagliato, così come tante volte è capitato nella mia vita. Ma questa volta ho coinvolto i signori genitori ed ora lo sbaglio mi sembra immenso e insormontabile e mi sento un fallimento assoluto.

Ma sbagliare è fare esperienza, sabotare se stessi è ridicolo!

Ed è quello che ho fatto costantemente negli ultimi giorni e proprio ora che dovrei essere più forte che mai.

Sono rientrata nel meccanismo malato per il quale io non devo deludere la gente, finendo poi per deludere tutti incluso me stessa.

Sto ascoltando i pareri di ventimila persona, ovviamente tutti diversi.

E fin qui nulla di sbagliato, ma cosa mi porta a permettere loro di decidere per me?

L’essere a casa?

Insomma, dopo un anno e mezzo passato a vivere da sola, uscendo di casa a 19 anni, vivendo a non so quante km dal posto in cui sono nata, il ritorno si è dimostrato e si sta dimostrando doloroso e deleterio. Mi sta portando alla rinuncia del mio sogno di laurearmi e procedere poi con il master che avevo già scelto… Ma non ci riesco.

Mi rattrista e mi rincresce ed è dura da ammettere, ma non riesco a vivere con la mia famiglia in quanto non mi sento parte di tale.

Non ho nemmeno un letto in casa mia, ma questo non è il problema. Il vero ostacolo e problema è che non mi sento parte di questo nucleo che ha le proprie idee ed abitudini, legami e comprensioni che non mi appartengono e che non so nemmeno se mi siano mai appartenute dato che tutto si è aggiustato dopo il mio trasferimento.

E stare qui mi sta lentamente uccidendo, dal ritorno del bisogno di doparmi con antidepressivi naturali alla bulimia che so che mi aspetta appena io e la casa siamo sole. Un’abbuffata, un po’ di vomito ed ecco che tutte le cose che non riesco a dire escono.

Ma io non ho più 19 anni, non sono più quella persona che ero due anni fa e non lo accetto di sottostare a questi meccanismi. Ma se parlo la lite è inevitabile.

E allora forse devo rinunciare, metterci più tempo, fare la mia strada, giungendo al mio obiettivo a modo mio e nel triplo del tempo, ma avendo la mia indipendenza e lontananza, che a quanto pare a me va bene solo una famiglia part time.

Ma accettarlo senza autoflagellarmi è dura, non sempre mi viene, anzi.

Non sono ancora nemmeno riuscita a dirlo a mia madre e a mia sorella, che nel loro mondo di razionalità e precisione, dove le cose si fanno perché si deve non verrei mai capita.

In tuto ciò la mia creatività è bloccata e mi sento apatica, odiandomi a tal punto da valere meno di quanto sia mai valsa in tutta la mia vita.

E devo muovermi se voglio riuscire a risalire.

Vabbè, abbuffiamoci.

Primo giorno di università, come se stessi effettivamente sapendo cosa io stia facendo poi.

Dal nulla al tutto e dal  tutto al nulla.

Ho iniziato oggi l’università (finalmente) e ho trovato lavoro per i fine settimana in un posto vicino a casa mia.

Ma lui non è contento.

Lui, il mio ragazzo, non è contento. E non so nemmeno il perché.
Non è contento perché tanto, se non è contento non può essere triste e io non posso più farlo stare male.

Però, no, se poi io dico che non ha più senso io sono la cattiva della situazione.

Che ci si prova, ma non va, per cui si continua.

E io niente.

Io mi mangio, nell’ordine, parmigiano, yoghurt con cereali, frutta secca mista, cereali, altra frutta secca e altri cereali.

Due tazze di tisana “rilassante” e niente, no, vorrei urlare, vomitare e non sentire nulla.

Ma non si può.

Si presume sia “grande” e che non lo faccia più.

Si presume che il mio posto esista, ma io proprio non posso trovarlo.

Che se sono felice, chi amo non lo è.

Che se sono triste, chi amo lo è.

Non so più dove sia “casa”.

Dunque, sempre a lamentarmi!

“La tua eterna indecisione” mi disse non poco fa; e magari aveva anche ragione, bisogna forse dargli atto del fatto che mi conosca piuttosto bene.

Non so come esprimermi, non vorrei nemmeno farlo, perché non mi piace poi passare la vita a trovare sempre cose che non vanno, ma che dire, se no sarebbe tutto semplice e lineare.

Ebbene, mi sento un’estranea più che a casa.

L’ho detto e fa male.

E no, non è colpa di nessuno, nemmeno degli amici che sono inesistenti quasi come la mia famiglia, ma quello è colpa mia dato che sono chiusa nel mio mondo quando qualcosa non mi va giù.

Non sono più abituata ai ritmi di vita italiani, alla chiusura mentale che ti porta a osservare cosa indossano gli altri, a commentare se una persona “in carne” indossa delle calze a rete in pieno giorno perché andiamo, è giorno e sei grassa e non si può;
Non sono più abituata d avere un’ora precisa per pranzare, per cenare, per fare qualsiasi cosa; così come non sono abituata ad aspettare davanti ad un ufficio comunale fino alle 15:45 quando dovrebbe aprire alle 15:30;
Non sono più abituata al supermercato dove sfrecciano carrellini rossi a destra e a sinistra senza una “scusa” nemmeno se ti travolgono con quei pezzi di plastica;
Come non sono abituata ad attribuire il male del mondo agli stranieri e/o Renzi (vedasi il contesto).

Ci sto provando eh.

E so che possono sembrare una miriade di luoghi comuni, ma dalla mia bellissima cittadina sono questo ciò che ho constatato negli ultimi 15 giorni passati qua.

E la risposta di mia mamma al mio elenco è stata: “Beh ma non lo avevi mai notato tornando a casa in vacanza?”

No, non lo avevo mai notato perché sapendo di non vivere qua cercavo di godermi solo le cose belle del nostro paese, visto che ce ne sono tante.

Ora però vivo qua e vorrei scappare!

Vorrei tornare nella mia piccola cittadina inglese, con il mio cibo orrendo e la pioggia perenne, ma essere libera.

Lunedì dovrei iniziare l’università e per quanto sia convita che mi piacerà non sono sicura che riuscirò ad abituarmi a vivere qua.

Mi dicono che è casa, ma per me casa non è.

Mi sento catapultata dieci anni indietro e io corro troppo.

Non voglio ammettere di voler tornare indietro e forse non lo farò, ma non sono certa di poter restare.

Tempo.

Oggi mi sono svegliata di buon umore.

Un umore strano, diverso dal sarcasmo che mi accompagna ultimamente.

Mi sentivo carica e pronta in qualche modo ad affrontare la vita.

Poi mi metto a pulire la cucina e accendo la televisione: Londra.

Cosa? Perché questa esplosione che non sembra nemmeno uno dei terribili attentati che stanno diventando quasi la normalità, mi colpisce così tanto?

Ebbene, io oggi sarei dovuta essere a Londra. Nonostante vivessi a mezzora di treno, io oggi sarei dovuta essere a Londra a fare l’immatricolazione all’università.

Fisicamente mi sono immaginata in una città caotica, spaventata (essendo dovuta passare nella zona della presunta esplosione nella metro di cui per ora non si sanno le origini).

A me i brividi sono venuti quando ho visto quel bidone con i vari fili  dentro quella sporta del LIDL con la carrozza della metro come sfondo, che per me simboleggia qualcosa di normale.

Anche ora a scrivere mi si stanno riempendo gli occhi di lacrime e mi si chiude lo stomaco.

La stessa sensazione che ebbi il giorno del primo attentato a Westminster, quando solo il giorno prima mi trovavo in quel posto a fare selfie con il mio ragazzo e a ridere.

Tempistica?

Destino?

Non ci sono morti, ma tutto questo non dovrebbe in ogni caso capitare.

Andare al lavoro e trovarsi all’ospedale con la faccia ustionata perché qualche povero pazzo ha deciso così quel giorno.
Pensare che sarebbe potuto capitare a me, mi fa venire i brividi.

Non mi sento fortunata, sono solo sconvolta e preoccupata.

Ci siamo tolti il diritto di vivere in serenità le nostre vite, svendendole per denaro, immagine, politica e ideologie malate.